Cyberbullismo: per gli adolescenti non provoca conseguenze“Gli adolescenti italiani ritengono che il cyberbullismo non sia un reato”. È quanto emerge da una ricerca dell’Università “La Sapienza” presentata oggi per la Giornata Mondiale contro il Bullismo. Stando ai dati raccolti sembra infatti che i giovani non ritengono pericoloso insultare, offendere o deridere qualcuno sul web: secondo loro, non essendoci un vero e proprio scontro fisico, non possono neanche esserci conseguenze. Tuttavia, le vittime di bullismo non fanno distinzioni tra le due situazioni e le ripercussioni sono le stesse.

Secondo i dati raccolti sul fenomeno, le persone maggiormente coinvolte sono gli adolescenti tra le scuole medie e superiori. La maggior parte delle vittime, soprattutto nei casi di cyberbullismo, subisce senza chiedere aiuto, e questo atteggiamento ha rafforzato l’idea che un simile comportamento non sia dannoso. “8 ragazzi su 10 non considera gravi gli attacchi tramite i social – hanno affermato i ricercatori – Per l’86% non ci sono forti conseguenze sulle vittime, il 71% non le considera proprio”. Sembra quindi opinione comune che insulti e derisioni facciano meno male di un pugno nello stomaco, eppure quanti giovani soffrono di depressione o hanno istinti suicidi proprio perché vittime di cyberbullismo?

La maggior preoccupazione degli esperti è la mancanza di interesse verso il fenomeno, sempre più sottovalutato sia dai genitori che dai bulli stessi. I dati della ricerca hanno evidenziato che circa 6 adolescente su 10, vittime di questo “innocuo” passatempo, pensano al suicidio. “Molti pensano che il cyberbullismo sia innocuo – dichiarano – eppure tra le vittime dilagano varie problematiche tra cui l’autolesionismo (52%), l’anoressia (49%) e la bulimia”. E se da un lato i bulli posso venire “giustificati” per la loro giovane età, i genitori sono al centro delle critiche senza alcuna scusante. “L’81% di loro minimizza il problema – ha denunciato Roberto Sgalla, direttore delle specialità della Polizia di Stato, citando una recente ricerca del Censis – Il 49% dei presidi ha denunciato la difficoltà di renderli consapevoli della gravità di tali comportamenti”.