riconoscimento

Nel riconoscimento di parti del corpo, l’elaborazione dell’immagine non è uniforme in tutte le cellule: uno studio belga lo ha dimostrato. L’esperimento è stato condotto nella Katholieke Universiteit Leuven, sottoponendo dei macachi alla vista di parti del corpo di loro simili e di esseri umani. Da queste sono state escluse immagini del volto, in quanto la letteratura scientifica ha già appurato i meccanismi del riconoscimento facciale, che sono stati ben distinti dall’elaborazione generica di altre parti. A rendere innovativo lo studio è stata una nuova tecnica sviluppata nell’Università di Glasgow, la “Bubble tecnique”, che rivela quali frammenti visivi sono elaborati dai singoli neuroni ed è stata utilizzata sul solco medio superiore del lobo temporale dei macachi. Ne è emerso che il riconoscimento delle parti del corpo si concentra principalmente sulle caratteristiche visive come angolatura, estremità, e parti del busto, codificate tutte in modo flessibile in presenza di eventuali variazioni della suddetta parte.

I segnali eccitatori provenivano maggiormente da frammenti visivi frequentemente incontrati, che forniscono dunque informazioni per via della loro maggiore presenza, più che per la rilevanza semantica. In sintesi, lo studio suggerisce che le parti del corpo non siano categorizzate in quanto tali, cioè per astrazione all’interno del concetto di corpo, ma che vengano riconosciute a seconda della frequenza con cui si presentano, e le estremità ne sono un esempio in quanto maggiormente presenti nei corpi viventi. “Queste cellule individuali non svolgono in sé e per sé la funzione di individuare parti del corpo: rispondono a specifiche, frequenti caratteristiche e si dividono il lavoro”, ha dichiarato l’autore Rufin Vogels, “Ogni cella ha la sua specialità e vaglia le informazioni in arrivo per talune caratteristiche. Il cervello riconosce un corpo unendo tutti i pezzi del puzzle: tutti i bit di informazioni registrate dalle diverse cellule in una particolare regione del cervello. Le cellule cerebrali, in altre parole, collaborano per risolvere il puzzle.”