Lettera di un'italiana da BruxellesLettera di un’italiana da Bruxelles – È tornata la paura. È tornata in un giorno qualsiasi, ad un’ora qualsiasi, proprio come era arrivata la prima volta, perché le paure più grandi sono quelle inaspettate e che non si possono controllare. È tornata proprio quando si stava smettendo di guardare con sospetto ogni donna con il velo, o quando a tavola si discuteva di altre notizie e non più di attentati. Per qualcuno, però, la paura non se n’è mai andata, ma l’ha accompagnato ogni giorno assieme alla consapevolezza che prima o poi si sarebbe realizzata. Marina Santarelli, administrator italiana del Parlamento europeo, ha cercato di convincersi che non sarebbe successo.

“Invece martedì 22 marzo succede. Porto mio figlio a scuola, mi fermo a parlare con una mamma, sono le 8.20, esce un’altra mamma e ci dice “c’è stata un’esplosione a Zaventem”. Il terrore nei nostri visi, la segretaria della scuola, una maestra, ci guardiamo. Eccoci, ci siamo, tocca a noi.
E purtroppo non è tutto lì, arrivo verso l’ufficio alle 9.10 e la notizia fatale arriva: l’attacco è qui vicino a me, a 400 metri, alla fermata della metropolitana più vicina.
Come è potuto succedere, come ci troviamo in mezzo a questo mondo, a questo scenario che non ci saremmo mai aspettati. Ho lavorato una vita per l’idea di un’Europa delle libertà, un’Europa che toglie barriere e include, un’Europa riscatto di secoli di guerra”.

 

Dopo tanti secoli di errori fatti dagli europei nei confronti delle altre culture, l’Unione Europea ha cercato di rimediare e favorire l’integrazione. Eppure, evidentemente, non si è riusciti a realizzare un melting pot: le comunità islamiche non si sono mischiate agli “infedeli”, persino in un paese così multietnico come il Belgio.

“Bruxelles è una bella città piena di colori, di quartieri molli che si piegano uno sull’altro, comunità che vivono vicino, divise da una strada, un mercato, una piazza.
Forse era troppo bello, forse ci sono conflitti e battaglie remote di cui non ho notizia, forse non tutti sono integrati come speravo, forse gli strati che dividono la popolazione sono molto più spessi.
E adesso, adesso che facciamo? Dove troveremo il coraggio per ricominciare a vivere? Come faremo a tornare a passeggiare per le nostre vie nella primavera che arriva?”

Tra le macerie c’è spazio solo per la rabbia, l’impossibilità di capire, la sofferenza. Sottilmente la paura si insinua di nuovo nei cuori di tutti, condizionando inevitabilmente scelte e vite. Non si è al sicuro da nessuna parte e questa sensazione non può essere cancellata, neppure dai messaggi di speranza scritti con i gessetti.

“Mi piacerebbe ancora credere che la bellezza di questi bambini multicolore che la mattina entrano in classe con mio figlio sia la vera anima di Bruxelles e del Belgio.
Vorrei davvero, ma non ne sono capace oggi, oggi che piangiamo vittime e dolore e che non siamo in grado di non pensare “ci potevo essere io in quel vagone della metropolitana”.
Può darsi che domani e dopo tornerà una certa serenità dei pensieri, per continuare a vivere, ma temo che non sarà abbastanza.
Il problema della convivenza e delle dignità tornerà e, se nessuno lo risolverà, non ne usciremo vincitori”.