ictus

La stimolazione elettrica del cervello dopo un ictus può influenzare in maniera decisiva gli esiti della riabilitazione del paziente. Lo rivela uno studio dell’Università di Oxford, condotto su 24 soggetti colpiti da ictus nei 6 mesi antecedenti e che presentavano deficit era riferito al movimento di una mano. Un gruppo è stato sottoposto per 9 giorni consecutivi alla riabilitazione di un’ora giornaliera, di cui i primi 20 minuti avvenivano con degli elettrodi poggiati sulla testa tramite cui è stata somministrata una corrente continua. Tale metodo è detto Stimolazione Elettrica Transcranica (tDCS) ed è comunemente usata per alterare la frequenza di scarica dei neuroni, in quanto non invasiva.

Nel caso attuale è stata usata per innescare l’apprendimento nei pazienti. Nel secondo gruppo, tale stimolazione è stata effettuata solo per 10 secondi, portando al verificarsi di un effetto placebo nel tempo restante. I risultati hanno evidenziato miglioramenti nelle prestazioni motorie anche tre mesi dopo la somministrazione, almeno per quanto riguarda due di tre prove, che riguardavano proprio compiti motori. Nella terza prova, che misurava altri effetti come la forza di aderenza, la stimolazione transcranica non ha portato miglioramenti significativi nel primo gruppo rispetto al secondo.

“Se prendiamo alla lettera ciò che i risultati ci dicono, la stimolazione non cambia completamente il modo in cui il cervello può produrre un movimento della mano, in quanto esso non si rafforza, ma rende il cervello meglio di essere in grado di svolgere un compito particolare come sollevare un oggetto.” Lo ha dichiarato il professor Heidi Johansen-Berg, autore, che ha definito “eccitante” la scoperta, in quanto una delle maggiori problematiche riscontrate nella riabilitazione è proprio l’impossibilità di raggiungere il recupero potenziale massimo del paziente. Inoltre, i costi dei programmi e la limitata disponibilità di professionisti del campo spesso limitano la possibilità dei reduci da ictus di usufruire del servizio e quanto meno tentare il recupero delle funzioni cognitive danneggiate dal fenomeno.