coppia

La violenza emotiva è una realtà sempre più riconosciuta: ecco perché una psicoterapeuta della Pennsylvania ha proposto 5 punti fondamentali da cui poter riconoscere se si vive in una coppia felice o se si è solo convinti di farlo. Inutile negarlo, i sentimenti possono essere manipolati con facilità da chi ha un certo potere su di noi e proprio questa capacità è stata considerata il fulcro della violenza emotiva, insieme con l’atto della proiezione, dalla Dott.ssa  Paula Durlofsky. Approfondendo la tematica, essi corrispondono ad un’arma affilata che può essere usata nei confronti del proprio partner, se questi è autocritico e comprensivo quanto basta da subirne le conseguenze.

La manipolazione è chiamata dall’autrice “gaslighting” in riferimento all’omonimo film “Gaslight”, in cui un marito cerca di far impazzire sua moglie attenuando le luci di casa e, quando la donna gli fa notare il cambiamento, nega che la luminosità della casa sia cambiata. Nella coppia lo stesso principio viene usato per provocare una messa in discussione dei propri sentimenti, o anche del proprio impegno, verso chi manipola, ma soprattutto cambia il senso della realtà percepito dalla vittima.  La proiezione è invece un meccanismo di difesa concettualizzato da S. Freud e prevede l’imputazione all’altro di personali timori o la responsabilità di colpe. Nella coppia ciò si manifesta quando si fanno notare all’altro difetti che invece sono i nostri, oppure paure, insicurezze di vario genere, per deviare l’attenzione del partner, o anche la nostra, dal vero protagonista di questo scenario. E’ un meccanismo che può instaurarsi involontariamente, ma nel momento in cui se ne prende il controllo consapevolmente si sta facendo un abuso emotivo sull’altro.

Questi due meccanismi non solo sono lo strumento di chi abusa emotivamente del partner, ma anche la ragione stessa per cui la vittima non si rende conto di quanto le sta accadendo ad opera dell’amato/a. Durante un litigio, il primo segno da cogliere è l’ostruzionismo (stonewalling), tramite cui il partner che ha in pugno l’altro lo priva di sé sul piano comunicativo ed inizia un silenzio forzato fino a che la vittima non cede alle richieste dell’aggressore. Il punto di vista in disaccordo ad una simile dittatura psicologica viene rifiutato solo dopo essere stato sminuito ed opposto nettamente a quello di chi manipola: invece di cercare punti d’accordo si evidenziano quelli di frattura. Segue il rifiuto emotivo (emotional withholding), in cui le dimostrazioni d’amore vengono sostituite con una comunicazione ostile: ciò crea nella vittima ansia dovuta alla paura di essere abbandonata dall’altro ed innesca un bisogno di guadagnarsi l’amore dell’altro concretamente. Tutto ciò ha sicuramente correlazioni con la dipendenza affettiva e la sindrome di Stoccolma, in cui si nutrono sentimenti più forti per l’aggressore quanto più questi è spietato nei nostri confronti.

Nel momento in cui l’ansia della vittima sfocia nella richiesta di un confronto con il partner aggressore, avviene il capovolgimento (twisting) degli estremi della situazione: la responsabilità viene addossata alla vittima tramite un’inversione di ruoli e chi manipola si assicura da eventuali ritorsioni chiedendo le scuse ed evitando del tutto di addossarsi la colpa del litigio. Una rabbia irrazionale ed violenta (irrational and intense rage) mira ad aumentare la paura nella vittima, che non solo temerà l’abbandono di chi ama, ma temerà anche per la propria sicurezza, propendendo di più a cedere alle richieste del partner aggressore. Infine, ottenuto il proprio scopo, quest’ultimo banalizza il risultato (trivializing accomplishments) per stabilire la propria dominazione psicologica sull’altro, beffandosene o sminuendolo/a ed ignorando il suo sforzo, compiuto per tenere la coppia integra durante il litigio. Ciò dimostra ancora di più che si è davanti a soggetti che si sentono profondamente inferiori, vergognati di sé ed invidiosi del partner, che per elevarsi da tale condizione hanno preso accanto a sé persone emotive e desiderose di essere apprezzate dagli altri. Se ci si riconosce in questa descrizione, che si tratti di aggressore o vittima, non basta porre fine alla relazione, poiché i fattori inconsci che entrano in gioco in una relazione del genere influenzano ben più che la vita amorosa.

In merito a ciò si è espressa la stessa autrice, riportando l’esempio del ricatto affettivo che può essere fatto dai genitori ai figli in tenera età e può segnare quest’ultimi per sempre, rendendoli permanentemente tendenti ad essere vittime di violenza emotiva. E’ motivo per cui la Dott.ssa Durlofsky conclude: “Se voi o una persona cara siete vittime di abuso emotivo, è importante chiedere aiuto ad un professionista.” Non corrisponde necessariamente all’avvio di una psicoterapia interminabile, come può sembrare, ma piuttosto all’elaborazione profonda e completa di tale meccanismo per spezzare del tutto una catena di eventi che potrebbe caratterizzare la maggioranza delle nostre relazioni sociali.