Comunicazione politica
“Mi pare che non sia il momento delle riflessioni serene. Oggi ci si muove per contrapposizioni e così non riusciremo a fare una riforma seria”. Il monito è di Romano Prodi, due volte Presidente del Consiglio negli ultimi vent’anni di berlusconismo, inteso come stagione politica, sociale e mediatica prescindendo da valutazioni soggettive. Il Professore aggiunge: “Un tempo si facevano analisi politiche serie”. Ora? “Se c’è chi ti impedisce l’analisi è Twitter”. Romano Prodi, come spesso ha fatto nel corso della sua esperienza politica, richiama l’attenzione su una tematica delicata: quella rivoluzione sociale che attraverso l’avvento di Internet ha investito il nostro modo di ragionare, di affrontare le questioni, di discutere.

I social media riducono ogni dibattito a 120 caratteri, eliminando la possibilità di riflettere e confrontarsi in modo serio, puntuale, nel merito delle questioni. In 120 caratteri non c’è spazio per analizzare, approfondire, investigare. Tutto si ferma ad un’analisi superficiale, ad una battuta veloce, ad un hashtag ironico ed orecchiabile. Sì, orecchiabile. Perché l’obiettivo della politica è quello di conquistare consensi. E i consensi, all’epoca di Facebook e Twitter, si misurano a suon di “Like” e “Retweet”.

Si affrontano quindi questioni popolari, che riguardano il popolo, in modo populista, seducendo gli elettori del web. L’opinione pubblica è da sempre affascinata dallo scontro, in politica come in qualsiasi altro campo. Così, i cittadini si interessano alla cosa pubblica in occasione dei grandi confronti elettorali: quando c’è da votare, quando c’è una sfida e bisogna schierarsi da una parte della barricata, quando c’è chi vince e chi perde. Oggi si parla di permanent campaining: siamo sempre in campagna elettorale. Il problema immigrazione, il taglio delle tasse, la riforma del Senato: sono tutte battaglie elettorali. Ogni tema viene affrontato nella logica della contrapposizione: è la guerra del Tweet, in cui ciò che conta è ottenere un “Mi piace” in più.

Così le parti politiche non sono più espressione della volontà e dell’interesse di tutti, bensì si arroccano ed ergono barricate che di ideologico hanno ben poco. Nessuno ha intenzione di trovare una convergenza, ma solo di attrarre nella propria orbita il maggior numero di elezioni possibile. Non importa come, importa quanti. La discussione ed il dibattito si appiattiscono, sino a coincidere col mero scontro. Come se trovare un accordo rappresenti una sconfitta per tutti. Ancora una volta a prescindere dal contenuto di questo accordo: si tratta, sempre e comunque, di una sconfitta.

Eppure il ruolo della politica è dare voce ai cittadini, rappresentare i loro interessi, confrontarsi partendo da punti di vista diversi ma con uno sguardo sul medesimo obiettivo: creare un sistema equo e giusto. E’ la regola della democrazia. Vittoria e sconfitta dovrebbero essere determinate dal raggiungimento del bene comune, non dall’imporre le proprie convinzioni. “Lo scopo di una discussione o di un dibattito non deve essere la vittoria, ma il miglioramento”, affermava il filosofo francese Joseph Joubert nel lontano 1838. Peccato che il mondo stia prendendo un’altra direzione.