Bambino siriano
“L’unica cosa che potevo fare era far sentire l’urlo del suo corpo che giaceva a terra, e così ho fatto”. Sono le parole di Nilufer Demir, fotografa turca che ha immortalato il cadavere del piccolo Aylan, bambino siriano affogato sulle coste di Bodrum, e ne ha fatto il simbolo della disperata emergenza rifugiati. Sì, perché ha ragione Bono Vox: si tratta di rifugiati, non di migranti. Gente che scappa da guerra e devastazione, che non ha nulla in cui credere. Lo sguardo rivolto all’orizzonte: un’immensa distesa d’acqua. Quel Mediterraneo che divide e che allo stesso tempo apre alla speranza: un sogno chiamato Europa.
Chissà se questa è davvero l’Europa che migliaia di profughi, provenienti da Africa e Medio Oriente, sognano. Un’Europa smarrita, insicura delle proprie radici, che ha perso di vista i propri ideali. Un’Europa che ha paura di se stessa e del diverso: che preferisce rinchiudersi nel proprio guscio, piuttosto che aprirsi al mondo. Così, l’Ungheria erge una barricata sul confine con la Serbia: un muro per ripararsi dal flusso di migranti. 4 metri di altezza, 175 chilometri di lunghezza.

Ma ben più pericolose sono le barriere ideologiche che numerosi cittadini europei stanno innalzando, spinti da un’informazione politica spietata. Dalla Lega Nord al Front National, laddove nazionalismo e populismo vanno a braccetto. Come se la definizione di un Noi fosse possibile esclusivamente con la contrapposizione ad un Altro. Per difendere il nostro orticello ci stiamo dimenticando dell’umanità che ci lega al resto del mondo e che ci proibisce di voltare le spalle ad un grido di aiuto.
Fortunatamente, negli ultimi giorni, sono affiorati incoraggianti segnali di solidarietà. Dai cittadini ungheresi che distribuiscono cibo e beni di prima necessità ai profughi siriani in marcia verso la Germania, all’applauso con cui il popolo tedesco li accoglie nella stazione di Monaco. Angela Merkel li abbraccia, mentre il primo ministro ungherese diffida: “L’Europa deve chiudere le frontiere”. Il Vecchio Continente è spaccato e tocca al Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, trovare un difficile compromesso.

Ma anche sulla ragionevole ipotesi di distribuire il carico dei rifugiati (quei migranti in fuga dalla rovina e che hanno diritto di asilo) tra tutti gli stati dell’Unione Europea c’è chi si chiama fuori. David Cameron, primo ministro inglese, dice di no al piano (peraltro, ancora una bozza) dell’Unione Europea: “Accoglieremo solo 15mila siriani, indipendentemente dalle quote stabilite dalle istituzioni europee”.
Lo scisma è drammaticamente evidente: tanto in Europa, quanto in Italia. E la contrapposizione è resa ancora più marcata da una dialettica politica violenta, che non mira alla risoluzione condivisa del problema, bensì inasprisce il conflitto sociale. Da un lato ci sono i buonisti: quelli che vorrebbero salvare ed ospitare tutti gli africani, che si dimenticano degli italiani, che “rispondono alla violenza con l’accoglienza e la tolleranza”. Dall’altra ci sono le bestie: quelli disumani, che non hanno a cuore le sorti di chi è in difficoltà, razzisti e xenofobi, quelli del “ospitateli a casa vostra”. Nell’odierno racconto politico non esistono vie di mezzo e le estremizzazioni portano ad esasperare il conflitto istituzionale e sociale. All’Europa manca una visione comune, una leadership autorevole e condivisa, un timoniere che possa guidare il Vecchio Continente. Perchè così, l’Unione è destinata a sfaldarsi.